Incontriamo Enrico Berardi, uno dei manager più noti nel mondo delle grandi multinazionali, che oggi vive in Algarve ed è scrittore. Fino a sei anni fa Berardi era un manager con una vita che molti avrebbero definito perfetta. Ha sempre ricoperto con successo, in posizione apicale, incarichi manageriali complessi. Berardi sembrava avere tutto sotto controllo. Tuttavia, all’improvviso, la sua felicità viene sconvolta da una diagnosi inaspettata: un tumore maligno.
Siamo accolti per l’intervista in una tenuta meravigliosa, che rispecchia perfettamente l’anima della padrona di casa, Naiby, la moglie di Enrico Berardi. Situata tra le colline a nord est di Faro, in un contesto rilassante, l’abitazione si distingue per il suo ordine impeccabile e l’eleganza discreta. Le pareti bianche creano una base luminosa e ariosa, mentre gli accenti colorati nelle decorazioni aggiungono un tocco di vivacità e personalità. Ogni dettaglio parla di un gusto raffinato e di una cura meticolosa, facendo di questa casa un autentico rifugio di stile e serenità. Naiby ci accoglie e ci fa accomodare su un divano nel patio, dove ci sta aspettando Enrico Berardi.
Sua moglie Naiby è l’anima di questa casa?

«Naiby è la ragione della mia vita. Nel vero senso delle parole. Se oggi sono qui è solo merito suo e della sua caparbietà. Lei mi ha obbligato a farmi visitare per approfondire cosa fosse quel bozzetto qua sul collo. Era il segnale visibile di un terribile tumore. La battaglia contro la malattia fu dura e dolorosa. Ma non sono mai rimasto solo. Al mio fianco, giorno e notte, c’era mia moglie Naiby, una donna di straordinaria forza e dedizione. Insieme abbiamo affrontato ogni difficoltà, ogni sfida, con coraggio e speranza, nei successivi nove mesi».
Questa esperienza devastante fece emergere in lei, Enrico, una nuova consapevolezza: la vita è preziosa e va vissuta pienamente, senza rimandare ciò che davvero conta?
«Dopo nove mesi di terapie, interventi e momenti di sconforto, riuscii finalmente a sconfiggere il tumore. Questa vittoria non rappresentò solo la fine di un incubo, ma anche l’inizio di una nuova vita. Lascio definitivamente il lavoro. Decidiamo così io e Naiby, di trasferirci in Portogallo. Questo cambiamento fu il primo passo verso la gioventù della seconda parte della mia vita».
Perché ha scelto di trasferirsi in Portogallo dopo il suo calvario?
«Guardi ho fatto questo ragionamento: da Roma a Milano con il treno ci si mette 3 ore, da Faro a Milano con l’aereo 2 ore e 50. Quindi, anche qui, posso tranquillamente fare qualunque progetto, se ce ne fosse bisogno. Ma vede, sono davanti all’Oceano e ho cambiato vita. Ho cambiato aria. Mi godo questo cielo, questo sole ed i colori dei tramonti».
Quindi Enrico Berardi abbandona la carriera di manager e diviene scrittore?
«Inizialmente, anche dopo il trasferimento, sono comunque rimasto in contatto con l’Italia. Ad esempio facendo lezioni all’università, ai master. Facevo lezioni sul licensing, sul management, sul marketing strategico. Ho tenuto workshops, non solo in Italia, ma anche qui in Portogallo. E quando divento scrittore? La cosa che mi piaceva, era trasmettere ai miei studenti la mia esperienza di manager. Ho pensato quindi ad una forma creativa di passaggio di nozioni. Nei miei libri cerco di parlare di un tema di management condito all’interno della trama di un romanzo».
Quali sono i temi principali trattati nel suo primo libro “Jugaad”?

«Jugaad è il mio primo libro e parla di startup. Particolarmente parla di tutti i passi necessari per avviare una startup. Ma questo si incrocia con problemi sociali. Ad esempio il libro parte con un 57enne fatto fuori dal mondo del lavoro, che però trova la sua forza nella famiglia. Ho cercato di fare in modo che tutti i personaggi del romanzo arrivino ad una barriera, per trovare il modo di andare oltre. Jugaad è una parola tratta dal dialetto hindi, assolutamente intraducibile in qualunque idioma. Il termine indica un’idea utile a risolvere rapidamente un problema, ma anche una soluzione improvvisa che nasce dalla creatività e dall’ingegno. Il libro è scritto in un italiano estremamente semplice, senza abusare di termini tecnici inglesi. Questo libro è molto fluido».
Quale traccia l’Enrico Berardi manager vorrebbe fosse trasmessa dall’Enrico Berardi scrittore?
«Quando facevo il manager attivo, sapevo che il concetto più importante da applicare era quello della creatività. Un giapponese un tempo disse che la creatività è il superamento della barriera dell’ovvio. Questo è esattamente quello che vorrei passare con la lettura dei miei libri. Vorrei lasciare al lettore una traccia di consapevolezza, che ognuno è capace di fare qualcosa che va al di là dell’ovvio. Che bisogna essere Jugaad, sfruttando tutte le energie e le capacità per andare oltre».
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Una Storia, per me, meravigliosa. Ma questo è chiaramente soggettivo. Di certo, invece emerge, inconfutabile, lo stile con cui viene raccontata. La qualità dell’insieme lessicale che arricchisce le pagine di “Jugaad”. Se a questo si aggiunge la ricchezza di fantasia nello sviluppo della Storia, unita alla evidente competenza nell’esporre argomenti per nulla banali, anzi, alquanto sofisticati nella loro complessità, ebbene “Jugaad” rappresenta, a mio avviso, il primo di una serie di capolavori letterari, che l’Amico Enrico inannelera’ per la gioia dei suoi Lettori. Grazie 🥰
Caro Enrico, mi hai ridato la voglia di iniziare nuove sfide. Grazie da un ottantatreenne