Quando è la famiglia intera a trasferirsi all’estero, sono veramente tanti i temi, le questioni emergenti e le sfide che tutto il nucleo familiare si trova ad affrontare. Di tanti temi si parla davvero poco, oppure anche se ne parla, non si ha la percezione profonda di quanto alcuni aspetti anche semplici della quotidianità familiare possano essere talvolta difficili e condurre il nucleo intero in momenti di stress ed impasse. Oggi ci soffermeremo sull’esperienza che vivono i figli degli expat nel frequentare una scuola nel paese di espatrio, in particolare sulle sfide ad esso legate. Vi prometto di trattare altri temi ‘familiari’ in articoli successivi.
Un piccolo anticipo: il nostro focus oggi è sul bambino e/o il ragazzo. Proveremo insieme ad entrare nei loro panni; questo ci permetterà come adulti di aiutarli, qualora in questo passaggio di vita dovessero trovarsi in difficoltà. Innanzitutto, frequentare una scuola locale è un’esperienza che non coinvolge un figlio solo da un punto di vista cognitivo, ma anche e soprattutto emozionale e sociale. Si configura come un’esperienza complessa che va attentamente seguita ed osservata, al fine di accompagnare i propri figli in questo cambiamento in un modo non perfetto, non giusto, ma sufficientemente buono, come direbbe Donald Winnicott, noto pediatra e psicoanalista.
Le sfide di adattamento per i figli expat
Chiaramente una delle prime sfide che i nostri figli incontrano è la lingua. È veramente tanto frustrante e stressante per i figli expat non comprendere appieno le spiegazioni di un’insegnante/educatore. Immaginate anche che questo aumenta di difficoltà l’eseguire i compiti richiesti. È altrettanto frustrante non riuscire ad esprimere come si vorrebbe un proprio bisogno o necessità. Infine non riuscire a capire appieno i dialoghi tra i compagni di scuola.
La socialità è anch’essa una grande sfida, poiché si ricomincia da zero, e questo richiede risorse psicologiche non indifferenti. Inoltre è molto importante che noi adulti questo aspetto lo comprendiamo. Tanti bambini o ragazzi possono vivere questo aspetto con una certa difficoltà, legata innanzitutto all’esperienza in sé, che come dicevamo poc’anzi è parecchio sfidante. A questo possono aggiungersi fattori di altro tipo, come ad esempio la propria storia di vita, le dinamiche del proprio ambiente familiare, che strutturano grande parte della nostra identità. Ma anche i propri tratti base di personalità: magari già di per sé quel bambino o quel ragazzo tende ad essere chiuso, timido o insicuro, ed è normale che possa sentirsi a disagio in un contesto del tutto nuovo.
Il fare i conti con la propria diversità è un altro aspetto spesso sottovalutato. Per quanto lo si voglia negare, un bambino straniero è “diverso” dai suoi compagni. La sua lingua è diversa, le sue tradizioni sono diverse, il suo nome magari non è un nome che nel nuovo paese viene ben pronunciato e/o ricordato, il suo stile di vita è diverso perché magari non ha qui la sua famiglia allargata e quindi la sua routine è ben diversa da quella dei suoi compagni. Questa diversità potrebbe in alcuni casi attivare vissuti legati alla solitudine, al sentirsi vulnerabili, al sentirsi “inferiori”, al sentirsi giudicati o malvisti, non accettati.
L’aspetto della diversità ci fa riflettere tanto su quanto i bambini ed i ragazzi, mentre stanno cercando di ambientarsi, adattarsi, imparare la lingua, fare amicizia, trovare una propria collocazione nel gruppo e trovare un modo per relazionarsi con gli educatori, stiano anche allo stesso tempo lavorando dentro se stessi, sulla propria identità.
Il processo di strutturazione identitario, che si svolge durante la crescita e tocca l’apice nella fase dell’adolescenza. È qui che diventa un processo ancora più complesso, perché i figli degli expat stanno strutturando una identità doppia. Mi spiego: il mio Sé come italiano, il mio Sé come portoghese (nonché il mio Sé come bambino, bambina, ragazzo, ragazza, figlio/a, amico/a, giocatore di basket/ballerina etc., fratello/sorella etc.). Ci sarebbero tantissime cose da dire su questo, e tantissime altre riguardo altri aspetti di questa esperienza di frequentare una scuola locale, ma vogliamo riservare uno spazio per offrire dei consigli pratici ai genitori che stanno riscontrando delle difficoltà di adattamento dei propri figli.
Consigli per genitori expat: favorire l’integrazione dei figli
La cosa più importante che si desidera trasmettere attraverso questo articolo è che la vostra presenza come genitori e la vostra disponibilità emotiva sono fondamentali in questo processo. Irritabilità, rifiuto scolastico, isolamento, chiusura, oppositività sono tutti segnali di un processo di adattamento che il bambino o il ragazzo stanno attraversando, e possono indicare fatica, difficoltà.
I bambini e gli adolescenti hanno bisogno di poche semplici cose. Sentire che i loro genitori ci sono e che sono disponibili ad accogliere la loro fatica, la rabbia, la frustrazione, lo smarrimento, anche i capricci.
- Esempio bambino piccolo: “Mi sembri triste, vuoi che facciamo un disegno su quello che oggi ti ha fatto sentire tristezza?”
- Esempio adolescente: “Ti vedo giù, forse sei triste? Ne vuoi parlare? Se non ne vuoi parlare, sono qui, quando ti sentirai pronto.”
Sentire che i genitori (seppur a volte con fatica) riescono a reggere anche i loro attacchi (“Non volevo essere qui! Mi avete trascinato qui contro la mia volontà!”) senza contrattaccare, svalutare, o peggio ancora incolpare e giudicare.
- Esempio bambino: “Sei arrabbiato ma non puoi picchiarmi, mi allontano, ma resto qui nella stanza, quando vuoi un abbraccio dimmelo, ti aspetto.”
- Esempio adolescente: “Quello che dici mi ferisce, ma capisco che sei molto arrabbiato.”
Sentire che i propri genitori riescono a “empatizzare” con quello che i figli stanno provando.
- Esempio bambino: “Capisco che questo fa tanto arrabbiare! Hai ragione! Quando ero piccolo anche io mi arrabbiavo tanto per queste e altre cose. Vogliamo insieme dare dei pugni al cuscino e diciamo le cose che oggi ci hanno fatto arrabbiare?”
- Esempio adolescente: “Capisco perfettamente che è difficile gestire tutto: la scuola nuova, i nuovi amici, la nuova lingua. Penso tu sia tanto bravo e coraggioso a gestire tutto questo, cosa posso fare per te adesso?”
I consigli della psicologa
Qualora le difficoltà di adattamento persistessero per mesi e fossero accompagnate da sintomi come difficoltà nell’alimentazione e nel sonno, isolamento grave, scarsa energia, regressioni dello sviluppo che si mantengono costanti nel tempo (ritorno al pannolino etc.), irritabilità frequente e costante, somatizzazioni (mal di testa, mal di pancia, nausea etc.), rifiuto scolastico intenso, acting out gravi, è consigliato rivolgersi ad uno psicologo esperto in genitorialità, infanzia ed adolescenza.
Anche quando i sintomi osservati non sono gravi, dal mio punto di vista è sempre consigliabile evitare di fare tutto da soli. Il consiglio che mi sento di dare è di rivolgervi a professionisti come psicologi, educatori, ma anche insegnanti. Non sottovalutate anche con gruppi formali o informali di genitori expat; questo aiuta la coppia genitoriale ad avere accesso a risorse utili e a sentirsi meno soli.
Contatti:
Dottoressa Federica Caso – Psicologa
WhatsApp: +39 3398909135
Email: federica.caso.psicologa@gmail.com
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