Tanti italiani sono emigrati all’estero in cerca di condizioni lavorative migliori. Molti sono i giovani o le giovani coppie in cerca di nuove opportunità o che sognano di creare un proprio progetto in un contesto diverso da quello di provenienza.
Si ascoltano al tempo stesso anche tante esperienze deludenti. Mi riferisco a persone che hanno provato e riprovato a inserirsi in contesti lavorativi o a investire in un progetto personale, non trovando mai soddisfazione piena nella nuova realtà, tanto da desistere e fare un passo indietro. Oggi vi voglio parlare dei meccanismi psicologici da conoscere quando si decide di lavorare all’estero.
Lavorare in un nuovo contesto, pur restando all’interno del proprio territorio, già di per sé comporta delle sfide a livello psicologico: sfide cognitive, emozionali e sociali, inter e intrapsichiche.
Quando poi si sceglie di spostarsi fuori dal proprio Paese, è fondamentale considerare tutta una serie di altre sfide insite nell’esperienza di espatrio che si sommano al cambiamento lavorativo.
Emigrare per lavoro: speranze e delusioni
Premesso che nessuna scelta è giusta o sbagliata, e che sono veramente tantissimi i fattori che portano al successo o al fallimento di un progetto. Vorrei in questo articolo aiutare i lettori di Leggo Algarve ad accendere la luce della consapevolezza su alcuni meccanismi psicologici che si attivano in ciascuno di noi di fronte alle sfide legate all’inserimento lavorativo all’estero.
Avere consapevolezza di quanto si sta «muovendo» dentro di noi e di come stiamo «rispondendo» alle opportunità e agli ostacoli ci serve per attivare le nostre risorse psicologiche. Queste sono atte a fronteggiare e digerire le emozioni più difficili e i pensieri più disarmanti. Pensieri che potrebbero portarci a desistere o a compiere passi poco ponderati e basati su un eccesso di entusiasmo oppure su un eccesso di paura.
Idealizzazione
L’idealizzazione è un meccanismo di difesa psicologico che ci porta a guardare una persona, un oggetto, una situazione o un contesto esaltandone le qualità positive e ignorando o negando possibili aspetti negativi o problematici.
Perché idealizziamo? Alla base di un’idealizzazione vi è sempre un bisogno. Sono molte le persone che idealizzano le opportunità e gli scenari lavorativi fuori dal proprio territorio. Probabilmente questo parla di un bisogno di soddisfare aspettative e desideri di crescita e realizzazione che vengono costantemente frustrati.
Il problema dell’idealizzare è che in questo processo ci si perde una fetta di realtà: si guarda il mondo secondo una visione molto parziale. Il rischio di questo processo è quello di incorrere in scelte impulsive, poco meditate, poco elaborate emotivamente, direi quasi degli «agiti».
Bias cognitivi e pregiudizi
Spesso si dà per scontato che, anche spostandosi in un paese europeo, non ci si trovi di fronte a una cultura del lavoro molto diversa da quella alla quale siamo abituati nella nostra realtà di provenienza.
Se non teniamo in considerazione questo aspetto, il rischio è quello di aspettarsi ingenuamente che le cose funzionino più o meno come siamo abituati: niente di più sbagliato.
Queste aspettative possono determinare in noi quasi uno shock dal punto di vista cognitivo e mentale. Specialmente quando ci rendiamo conto che il lavoro viene vissuto e concepito in modo molto diverso da come lo pensavamo.
Scoprire che i processi implementati, le metodologie e, più in generale, il senso che il lavoro ha nella vita delle persone e nella società sono molto diversi dai nostri ci può far sentire disorientati, isolati e incompresi. Dobbiamo darci il tempo di trovare un nostro equilibrio: non è semplice, può essere molto frustrante e faticoso.
Ancora più complicato è quando, di fronte a questi sentimenti contrastanti, ci irrigidiamo attivando una serie di bias cognitivi e pregiudizi. Quasi a proteggere le nostre convinzioni di base dalla cultura del lavoro che percepiamo diversa dalla nostra.
Si giunge a una visione etnocentrica del tipo: «noi siamo migliori di loro».
Risultato: si crea un muro, si alimentano pregiudizi e generalizzazioni, si mettono le premesse per isolamento e chiusura alla nuova realtà, togliendosi opportunità.
Burocrazia: sottovalutata o sopravvalutata
La burocrazia è un aspetto della vita sociale che manda in crisi tantissime persone. C’è chi la ignora e chi la teme. Chi sottovaluta una serie di passaggi necessari all’inserimento lavorativo e chi invece si lascia intimorire tanto da desistere nell’implementare un progetto di vita o lavorativo.
Dal mio punto di vista, è la burocrazia un insieme di processi implementati da diversi enti deputati alla regolamentazione e al controllo delle diverse attività degli individui membri della società. Viene da sé che su questi enti ciascuno di noi proietti parti di sé, sentimenti, pensieri o difetti difficili da digerire.
Per esempio, se in generale sono una persona molto severa con me stessa, è molto facile che proietti quella severità sugli enti deputati a passaggi burocratici. Per cui è probabile che viva con grande tensione e preoccupazione tutte queste fasi: questo potrebbe influenzare molto negativamente la mia esperienza di lavoro all’estero.
Anche l’ignorare una serie di passaggi burocratici merita una riflessione: come mai non voglio che quell’ente entri in ballo nel mio progetto? Che cosa sto proiettando? Anche questo atteggiamento potrebbe pregiudicare la buona riuscita di un progetto e/o di un inserimento lavorativo.
Conclusione: riconoscere i meccanismi per scegliere consapevolmente
Quelli appena elencati sono solo alcuni dei meccanismi psicologici che possono entrare in gioco quando si decide di intraprendere un’esperienza ricca di sfide ma anche di opportunità, ossia lavorare all’estero.
L’obiettivo di questo articolo è aiutare i lettori a riconoscere in sé meccanismi come questi. Poiché la conoscenza è il primo passo fondamentale per sviluppare una più profonda consapevolezza di sé.
Se in qualche passaggio vi siete riconosciuti o vi siete sentiti emotivamente toccati, siamo curiosi di leggere le vostre esperienze personali nei commenti.
Contatti:
Dottoressa Federica Caso – Psicologa
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