E adesso inizia il difficile. Perché, come spesso accade quando si raggiungono vette inesplorate, la sfida vera non è arrivarci, ma restarci o quantomeno non scivolare indietro. Prendiamo atto con indubbia soddisfazione che l’indice di benessere in Portogallo nel 2024 ha toccato il livello più alto degli ultimi vent’anni. Lo dice l’INE, l’Istituto Nazionale di Statistica portoghese, non proprio l’ultimo osservatorio improvvisato, certificando un percorso di crescita che dal 2004 a oggi ha visto il Paese trasformarsi radicalmente.
Tuttavia, fatta questa doverosa premessa, la classifica ha sì un’autorevolezza indiscutibile, ma come tutti i numeri va letta in controluce e senza cadere in facili entusiasmi di maniera. Per capirci: in Portogallo si vive meglio, difficile sostenere il contrario guardando ai progressi nelle condizioni materiali, nell’istruzione e nella sicurezza personale. Ma questo non vuol dire che tutto vada davvero bene. Proprio no. Questo primato è semmai un punto di partenza, non d’arrivo, e nasconde tra le pieghe delle statistiche delle zone d’ombra che la politica, quella seria, dovrebbe avere il coraggio di affrontare.
Il paradosso della salute e il nodo della governance
Analizzando i dati, emerge chiaramente come il motore di questa crescita sia stato il progresso delle condizioni di vita materiali. I portoghesi hanno superato il buco nero della crisi finanziaria tra il 2010 e il 2013, anni in cui la vulnerabilità economica mordeva le caviglie delle famiglie. Hanno anche incassato il colpo della pandemia nel 2020, risalendo la china con una certa resilienza. Eppure, c’è un settore dove i conti non tornano, o meglio, dove la percezione stride con la realtà clinica: la salute.
Il Portogallo si piazza ottimamente per indicatori oggettivi come i bassi tassi di mortalità infantile o per tumori maligni. Eppure i cittadini continuano a valutare negativamente il proprio stato di salute e, cosa ancor più preoccupante, bocciano i servizi sanitari. È la classica discrepanza tra il dato freddo e la vita vissuta. Le cure ci sono, l’eccellenza pure, ma l’accesso e la percezione del servizio restano critici.
Ancora più dolente è la nota sulla partecipazione civica e la governance. Qui l’evoluzione è stata negativa, quasi a voler dire che mentre il portafoglio (per alcuni) si è gonfiato, la fiducia nello Stato e nelle sue articolazioni si è sgonfiata. La qualità percepita dei servizi pubblici è in calo, e non basta l’aumento della partecipazione elettorale post-2020 a bilanciare un sentimento di scollamento tra cittadini e istituzioni.
L’equilibrio precario tra ufficio e famiglia
Un altro campanello d’allarme, che suona forte per chiunque viva la quotidianità lusitana, riguarda l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. L’indice di benessere in Portogallo risente pesantemente della difficoltà di conciliare il lavoro con le responsabilità familiari. Questo indicatore è sceso costantemente per un decennio fino al 2020, per poi stabilizzarsi su livelli che non possiamo definire entusiasmanti.
In una società moderna, dove si corre sempre di più, il rischio è che il benessere economico venga pagato con la moneta della qualità del tempo. E a proposito di qualità ambientale, se da un lato registriamo una tendenza peggiorativa nelle emissioni di gas serra (toccando il valore massimo dell’indicatore nel 2024), dall’altro il “rumore” della ripresa si fa sentire, letteralmente. Parliamo delle segnalazioni per inquinamento acustico, che sono tornate a salire prepotentemente dopo la quiete forzata del lockdown.
Lo specchio italiano: soddisfatti a metà

Se guardiamo a casa nostra, o meglio, al Paese da cui molti di noi provengono, la situazione presenta analogie interessanti con qualche differenza sostanziale. Anche in Italia, nel 2024, si respira un’aria di cauto ottimismo. Secondo l’Istat, quasi un italiano su due (il 46,3%) si dichiara soddisfatto della propria vita, assegnando un voto tra l’otto e il dieci. È un balzo in avanti notevole rispetto a dieci anni fa, quando la quota di insoddisfatti cronici era ben più alta.
Cresce anche la fiducia nel futuro, con oltre il 30% della popolazione che prevede un miglioramento della propria situazione nei prossimi cinque anni. Tuttavia, c’è un dato, nell’analisi dell’indice del benessere, che fa riflettere e che si collega idealmente a quanto visto in Portogallo: cala la soddisfazione per il tempo libero. È come se, a latitudini diverse, stessimo tutti combattendo la stessa battaglia contro un tempo che sfugge, sacrificato sull’altare della produttività o delle incombenze quotidiane.
La geografia della felicità in Italia
L’Italia, però, conferma la sua storica frattura interna, anche se con sfumature nuove. Il Nord resta la locomotiva del benessere percepito, con il Nord-Est che sfiora il 49% di persone molto soddisfatte. Il Sud arranca, fermandosi al 42,7%, ma, ed è qui la sorpresa, non si arrende al pessimismo. Le prospettive future idealizzate dagli italiani nel Mezzogiorno sono rosee quasi quanto quelle del Nord-Ovest. È la resilienza di chi è abituato a navigare in acque agitate.
Un dato sociologico rilevante è la rivincita della provincia. Più il comune è piccolo, più si vive contenti. Nei centri fino a 2.000 abitanti la soddisfazione vola sopra il 52%, mentre nelle grandi aree metropolitane si scende al 41%. Sembra che la dimensione umana, quella del “buon vicinato” e dei ritmi più lenti, sia ancora l’ingrediente segreto della felicità italiana, un lusso che le grandi città, nonostante i servizi, faticano a offrire.
Uno sguardo all’Europa: connessi ma fragili
Allargando l’orizzonte, sia il caso portoghese che quello italiano si inseriscono in un contesto europeo dove le incertezze non mancano. Siamo un continente sempre più connesso, dove le economie si intrecciano, ma anche più fragile. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto in quasi tutti i Paesi dell’Unione. Eppure gli indici di benessere tengono, sostenuti da un tessuto sociale che, seppur sfilacciato, non si è ancora strappato.
La sfida per l’Europa, così come per il Portogallo e l’Italia, è trasformare i dati positivi dell’indice in percezione reale di benessere e stabilità. Non basta che il PIL o gli indici macroeconomici salgano se poi il cittadino si sente solo di fronte alla burocrazia, ha paura per il proprio futuro previdenziale o non ha tempo per vedere crescere i figli. Serve realismo: la direzione è quella giusta, i risultati ci sono. Ma c’è ancora molta strada da fare per tradurre le statistiche in reale “buona vita” per tutti. Saper guardare in faccia questa realtà, senza disfattismi ma senza sconti, è l’unico modo per provare a cambiarla.
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