In un’epoca in cui le certezze democratiche sembrano talvolta fragili, il Portogallo si ritrova a gestire un paradosso antico e sempre attuale. Fino a che punto una democrazia può e deve tollerare chi, secondo i suoi detrattori, ne minerebbe le fondamenta? È il classico effetto farfalla applicato alla politica, dove una piccola iniziativa apparentemente poco significativa nelle condizioni iniziali, come una petizione firmata da poche decine di persone, finisce per produrre variazioni crescenti nel dibattito nazionale, costringendo le istituzioni a guardarsi allo specchio. Il tema della petizione per lo scioglimento di Chega è un po’ come un fiume carsico che appare e scompare dalle cronache lusitane. Ma che ogni volta che riaffiora obbliga a fare i conti con la tenuta dei valori costituzionali e la realtà di un consenso elettorale. Entrambi non si possono più derubricare a un semplice dibattito politico.
La petizione per lo scioglimento di Chega, qual’è l’accusa?
La notizia che la commissione Affari costituzionali abbia accettato una nuova petizione per l’abolizione del partito guidato da André Ventura non è dunque solo un passaggio burocratico. L’iniziativa, firmata da Ana Luís Pinho e supportata inizialmente da soli 54 firmatari, mira dritto al cuore della legittimità politica, chiedendo che la formazione sia dichiarata fuorilegge. L’accusa è pesante: non essere conforme alla Costituzione della Repubblica Portoghese, in particolare per quanto riguarda la propaganda e l’ideologia fascista. Anche se i numeri di questa specifica raccolta firme non imporrebbero un dibattito in plenaria, il gioco degli incastri parlamentari ha voluto che il testo venisse accorpato a un’altra petizione simile, ammessa a fine gennaio, che ha raccolto oltre dodicimila adesioni. Questo significa che il tema arriverà comunque davanti ai deputati, trasformando un malumore civico in una discussione politica di alto profilo.

Il dibattito che si prospetta non è però privo di insidie tecniche e politiche. La relatrice della commissione, la socialista Isabel Moreira, pur approvando l’ammissibilità del documento, ha tracciato una linea di confine molto netta. È necessario infatti ricordare che, nell’architettura istituzionale portoghese, il potere di dichiarare incostituzionale un partito o di scioglierlo non risiede nell’Assemblea della Repubblica, ma esclusivamente nella Corte Costituzionale. Il rischio è che questa iniziativa venga percepita come una sorta di processo politico parallelo, una partita di Risiko giocata sui tavoli delle commissioni che però potrebbe finire su un binario morto se non supportata da basi giuridiche granitiche.
Cosa dice la Costituzione portoghese?
Il nodo della questione risiede nell’interpretazione dell’articolo 46 della Carta fondamentale, che vieta associazioni o organizzazioni che sostengono l’ideologia fascista o che promuovono il razzismo. Per i firmatari della petizione di richiesta di scioglimento, Chega incarna esattamente questo pericolo. Eppure, la risposta delle istituzioni deve essere quanto mai cauta. La stessa Isabel Moreira ha richiamato una sua precedente analisi per sottolineare un punto cruciale: la Costituzione non impone un modello di tolleranza virtuosa a ogni costo. Se lo facesse, finirebbe per negare il nucleo fondamentale della libertà di espressione, scivolando pericolosamente verso la censura.
Accogliere gli intolleranti è un rischio che ogni Stato di diritto democratico deve correre per rimanere tale. È un equilibrio delicatissimo tra la difesa dei valori repubblicani nati dalla Rivoluzione dei Garofani e il rispetto del pluralismo. Trattare questi temi senza una visione ampia, capace di andare al di là della ricerca del colpevole o della reazione emotiva, è fondamentale per evitare che la democrazia diventi ostaggio di se stessa. Non si può ignorare che Chega rappresenta oggi una parte significativa dell’elettorato, distribuita in ogni provincia del Paese. Inoltre una sua eventuale messa al bando per via parlamentare verrebbe letta da molti come una forzatura contro la volontà popolare espressa nelle urne.
Quale è stata la reazione di Chega?
La reazione di Chega non si è fatta attendere, affidata alle parole della deputata Vanessa Barata. La linea difensiva è quella della vittimizzazione. Si parla di persecuzione politica, di un attacco alla pluralità democratica e di una sovversione del principio della separazione dei poteri. Secondo il partito di Ventura, i tentativi di collegare la loro attività all’incitamento all’odio o alla retorica autoritaria sono solo giudizi di valore politico, privi di imparzialità. È una posizione che trova in parte eco anche nel PSD e in Iniciativa Liberal, che pur non condividendo le posizioni di Chega, nutrono dubbi sull’opportunità che il Parlamento si sostituisca ai giudici costituzionali.

Il rischio, come sottolineato da alcuni esponenti dei socialdemocratici, è quello di dare troppa importanza a iniziative che potrebbero non avere il respiro giuridico necessario. Una petizione con 54 firme, seppur tecnicamente ammissibile, rischia di diventare un boomerang politico se trasformata in un vessillo di battaglia ideologica. In un Portogallo che sta vivendo trasformazioni profonde nel suo tessuto sociale e nella sua mobilità politica, la sfida è capire se il sistema sia abbastanza solido da integrare e sconfiggere nelle urne le derive populiste o se debba ricorrere a strumenti di difesa estremi che potrebbero, paradossalmente, indebolirlo.
Il ruolo della Corte Costituzionale nel sistema portoghese
Mentre il Parlamento portoghese si prepara alla discussione plenaria, lo sguardo rimane fisso verso il Palazzo di Ratton, sede della Corte Costituzionale. È lì che, eventualmente, si scriverà la parola fine su questa vicenda. Ma è altrettanto vero che la politica non può abdicare al suo ruolo di guida, limitandosi a delegare ai giudici decisioni che hanno una radice profondamente sociale. Il malessere che alimenta formazioni come Chega non si cancella con una petizione per lo scioglimento o con una sentenza, ma richiede risposte articolate e immediate sui temi dell’economia, della sicurezza e della qualità della vita.
Continuare a trattare la questione esclusivamente sul piano della legalità formale, senza affrontare le ragioni del consenso di queste forze, è come cercare di fermare un treno in corsa con un chiodo piantato male sulle rotaie. Serve realismo, lo stesso che ha permesso al Portogallo di superare fasi critiche della sua storia recente. La direzione per tutelare la democrazia non è quella dei trionfalismi di facciata o dei facili entusiasmi per una petizione, ma quella di una dialettica politica capace di smontare pezzo per pezzo le narrazioni xenofobe o autoritarie sul piano del confronto civile. Solo così si potrà evitare che la lotta contro l’intolleranza diventi, essa stessa, un’ombra sulla libertà di tutti.
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