Non è più un semplice segnale d’allarme, ma una tendenza consolidata che sta modificando il tessuto commerciale e sociale del Portogallo. La notizia della crisi con la conseguente chiusura delle sale cinema gestiti dalla catena Cineplace nei centri commerciali di Guarda e Caldas da Rainha, rispettivamente nella provincia di Guarda e in quella di Leiria in Portogallo, rappresenta solo l’ultimo capitolo di una narrazione ben più ampia e preoccupante. La decisione ha lasciato il capoluogo della provincia di Guarda senza proiezioni commerciali regolari.
Questo scenario, purtroppo, sa di déjà-vu. Le province di Bragança, Beja e Portalegre vivono già questa realtà di “deserto cinematografico”, una condizione che rischia di estendersi anche a Viana do Castelo se le procedure di chiusura nel centro commerciale locale dovessero concretizzarsi. Non stiamo parlando di piccole sale parrocchiali o di cinema d’essai, ma di strutture inserite in quei templi del consumo che, negli ultimi vent’anni, hanno sostituito le piazze come luoghi di ritrovo. Se il cinema sparisce dal centro commerciale, viene meno uno dei principali motori di attrazione sociale, con conseguenze che vanno ben oltre la semplice impossibilità di vedere un film in prima visione.
L’inesorabile avanzata del silenzio in sala e dei centri commerciali

Le ragioni addotte dagli operatori sono, come spesso accade, freddamente numeriche. Una fonte vicina alla direzione dei centri commerciali La Vie ha confermato che il modello di business attuale richiede la garanzia di un numero minimo di spettatori, una soglia che negli ultimi anni è diventata un miraggio. Il periodo post-pandemico ha lasciato cicatrici profonde nelle abitudini dei consumatori: il calo dell’affluenza è evidente e si scontra con l’aumento degli affitti degli spazi commerciali. A questo si aggiunge la concorrenza spietata delle piattaforme di streaming, che hanno portato il cinema direttamente nei salotti, rendendo l’esperienza in sala un’opzione sempre più sacrificabile per il bilancio familiare medio.
La Cineplace non è l’unica a tirare i remi in barca. Anche la NOS Cinemas, uno dei giganti del settore, ha confermato un ridimensionamento drastico, chiudendo cinque sale al MaiaShopping di Porto e, fatto ancora più simbolico, abbassando definitivamente la saracinesca sulle dodici sale del NOS Alvaláxia a Lisbona e su quelle dell’area commerciale dello stadio Alvalade lo scorso primo gennaio. È la conferma che la crisi non guarda in faccia nessuno: colpisce l’entroterra spopolato con la stessa durezza con cui colpisce le metropoli. È il caso di grandi città come Albufeira, o Tavira, dove la sala cinema più vicina si trova a 40km.
I colossi si ridimensionano: i casi dall’Algarve al Nord
Per la comunità italiana residente in Portogallo, questi cambiamenti sono tangibili. L’Algarve, regione ad alta densità di residenti nostri connazionali, ha visto la Cineplace chiudere i battenti a Portimão e all’Algarve Shopping di Guia (Albufeira), oltre alle chiusure operate dalla NOS Lusomundo al Tavira Grand Plaza. Non si tratta di aggiustamenti marginali, ma di una ritirata strategica da piazze che fino a pochi anni fa erano considerate sicure.
Anche il nord del Paese registra scosse telluriche significative. A Vila Nova de Gaia, la UCI ha ottenuto l’autorizzazione per chiudere nove delle sue venti sale all’Arrábida Shopping, il più grande complesso cinematografico del Portogallo. Una mossa che dimezza l’offerta in uno dei poli commerciali più importanti della penisola iberica. Parallelamente, a Braga, è già sul tavolo dell’Ispettorato Generale delle Attività Culturali (IGAC) la richiesta per la dismissione di quattro sale all’Estação Viana Shopping. La richiesta di riconversione degli spazi verso un diverso tipo di attività, come sta accadendo per il centro Nova Arcada a Braga, suggerisce che i proprietari degli immobili stanno già guardando altrove, cercando nuove formule per riempire i vuoti lasciati dalle poltrone di velluto.
La politica in Portogallo e il rischio delle soluzioni tardive sulla crisi delle sale cinema
Di fronte a un settore che si sgretola, la politica tenta di battere un colpo. Il ministro della Cultura, Margarida Balseiro Lopes, ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro che include l’IGAC e l’ICA (Instituto do Cinema e do Audiovisual) per analizzare la situazione. L’obiettivo dichiarato è “esaminare la storia degli ultimi tre anni” e valutare il futuro dell’esercizio cinematografico nel Paese, con risultati promessi entro il primo trimestre di quest’anno. Ma suona molto di chiudere la stalla dopo la fuga dei buoi.
Nobile intento, per carità, ma l’impressione è che i tempi della politica e quelli del mercato viaggino su binari paralleli e a velocità diverse. Mentre il governo istituisce tavoli tecnici per capire le cause di un fenomeno ormai evidente, le sale chiudono e i proiettori si spengono. L’approccio burocratico rischia di arrivare a diagnosi fatta, quando il paziente è già stato dimesso o, peggio, trasferito in un reparto per malati terminali. Serve realismo. Se il mercato non regge più certi numeri, difficilmente un gruppo di lavoro potrà invertire la rotta senza interventi strutturali. Servono incentivi che vadano oltre la semplice analisi dei dati.
Verso un 2026 di incognite
Il panorama che si profila per il 2026 è quello di una riconfigurazione totale. Le gestioni dei centri commerciali, risolti i contratti con operatori come la Cineplace, parlano genericamente di “nuove soluzioni e concetti in grado di soddisfare le aspettative della comunità locale”. È un linguaggio aziendale che spesso prelude alla trasformazione di spazi culturali in ulteriori aree retail, palestre o uffici.
La domanda che resta sospesa non riguarda solo la sostenibilità economica delle sale, ma il tipo di società che si sta disegnando. Se le province dell’entroterra perdono anche il cinema, il divario con le grandi aree urbane, anch’esse in sofferenza, si allarga ulteriormente. Resta da vedere se le nuove soluzioni promesse sapranno colmare quel vuoto di socialità che la fine dell’era delle multisala sta lasciando dietro di sé. O se ci dovremo rassegnare a un futuro della crisi delle sale cinema sarà un lusso per pochi centri selezionati, mentre il resto del Portogallo si illumina solo alla luce dei dispositivi domestici.
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