C’è un momento in cui i numeri smettono di essere statistiche e diventano una marea umana. È successo questo fine settimana in Portogallo, dove il concetto di riposo domenicale è stato accantonato in favore della protesta contro la riforma del lavoro. Decine di migliaia di persone, centomila secondo gli organizzatori, e a guardare le immagini di Lisbona e Porto non si fa fatica a crederci, hanno invaso le strade per dire un “no” rotondo e sonoro alla nuova riforma del lavoro. Non è stata una passeggiata di salute, ma una dimostrazione di forza contro quello che il CGTP, la principale sigla sindacale del Paese, definisce senza troppi giri di parole un attacco frontale ai diritti acquisiti.
Il copione, a ben guardare, è un classico delle economie europee post-crisi: da una parte un governo, quello di Luís Montenegro, che parla di “modernizzazione” e “competitività”; dall’altra, una piazza che traduce questi termini con “precarietà” e “sfruttamento”. La ministra del Lavoro, Maria do Rosário Palma Ramalho, aveva presentato il pacchetto come una necessità per rendere più flessibili i regimi lavorativi. Ma la flessibilità, si sa, è un materiale che spesso si piega solo da una parte. E quella parte, secondo i manifestanti, non è certo quella dei lavoratori.
Le misure contestate della nuova riforma del lavoro in Portogallo
Entrando nel merito delle questioni che hanno acceso la miccia, ci si trova davanti a un catalogo di oltre cento punti che l’esecutivo intende rivedere. Non stiamo parlando di ritocchi cosmetici, ma di cambiamenti strutturali che rischiano di ridisegnare l’architettura sociale del Paese. Il punto più caldo riguarda la gestione del tempo: l’aumento del cosiddetto “banco ore” individuale. In termini pratici, questo meccanismo rischia di tradursi in una legalizzazione di fatto degli straordinari non pagati, fino a un massimo di 150 ore all’anno. Lavorare di più, guadagnare uguale: una formula che difficilmente poteva incontrare il favore della piazza.
Ma non è solo questione di orologio. La riforma punta a facilitare i licenziamenti, introducendo procedure più snelle anche per quelli senza giusta causa, e ad allargare le maglie per i contratti a tempo determinato. In un Paese dove la stabilità lavorativa è già un miraggio per molti, aumentare la precarietà viene visto come benzina sul fuoco. A questo si aggiunge un allentamento delle restrizioni sulle esternalizzazioni, permettendo alle aziende di frammentare ulteriormente la forza lavoro, indebolendo di conseguenza la capacità contrattuale dei dipendenti.
L’allarme dei sindacati e la precarietà giovanile

Tiago Oliveira, segretario generale del CGTP, dal palco di Lisbona non ha usato mezzi termini. Ha parlato di «uno dei più grandi attacchi mai sferrati ai lavoratori», accusando il governo di voler istituzionalizzare il ricatto padronale. La preoccupazione non è solo economica, ma sistemica: la riforma, secondo i sindacati, mira a disarticolare la capacità organizzativa stessa dei lavoratori. Limitare il diritto di sciopero e l’accesso dei rappresentanti sindacali nei luoghi di lavoro non sono dettagli tecnici, ma scelte politiche precise volte a silenziare il dissenso.
Il quadro, se allarghiamo lo sguardo, è preoccupante. La riforma andrebbe a impattare su una platea di cinque milioni di lavoratori, di cui 1,4 milioni hanno già contratti precari. E qui il dato si fa drammatico: il 54% di questi precari sono giovani. Stiamo parlando di una generazione che rischia di vedere il proprio futuro ipotecato in nome della competitività aziendale. Oliveira ha sottolineato come la redistribuzione della ricchezza sia profondamente ingiusta: in Portogallo, due milioni di persone vivono in povertà, e il dato scioccante è che una persona su dieci si trova in questa condizione pur avendo un lavoro. Con un salario minimo di 851 euro, che fatica a tenere il passo con il costo della vita nelle grandi città. Oggi l’idea di “flessibilità” suona quasi come una beffa.
Scelte politiche e smantellamento del welfare
C’è poi un aspetto che va oltre il mero diritto del lavoro e tocca la visione complessiva del Paese. Le proteste mosse al governo del Portogallo di Luis Montenegro non riguardano solo la riforma del lavoro, ma una strategia più ampia che sembra puntare allo smantellamento del sistema pubblico. Mentre si chiede ai lavoratori di tirare la cinghia e regalare ore alle aziende, si assiste a una riduzione delle risorse per l’istruzione e la sanità pubblica, oltre a tagli del personale nei tribunali e nella pubblica amministrazione.
Come ha giustamente notato Oliveira, non siamo di fronte a una questione di “soldi che mancano”, ma di scelte politiche. La direzione presa sembra quella di favorire il profitto a scapito del welfare, spostando l’ago della bilancia in modo deciso. Anche altri sindacati italiani hanno espresso solidarietà, definendo la riforma “ingiustificata e indesiderabile”. Si sottolinea insomma come nessuna di queste misure sia neutra: tutte spostano l’equilibrio verso chi ha già il coltello dalla parte del manico.
Prospettive future e tensione sociale
Resta ora da capire quale sarà la reazione dell’esecutivo di fronte a una mobilitazione così massiccia. Ignorare centomila persone in piazza è un rischio politico notevole, soprattutto quando il malcontento tocca nervi scoperti come il potere d’acquisto e la sicurezza del futuro. La ministra Palma Ramalho ha parlato di “competitività”, ma la competitività di un Paese non si costruisce impoverendo chi quel Paese lo manda avanti ogni giorno.
Il rischio concreto è che, ignorando completamente le proteste in piazza contro la riforma del lavoro, quindi senza un passo indietro o quantomeno un’apertura reale al dialogo sociale, l’autunno in Portogallo possa diventare molto caldo. Le limitazioni previste anche per i congedi parentali e i permessi per lutto o per il periodo gestazionale sono la ciliegina amara su una torta indigesta. Tutti segnali di una scarsa empatia legislativa che la piazza non sembra disposta a perdonare. Se l’obiettivo era modernizzare il Portogallo, la risposta della gente suggerisce che questa non è la modernità che ci si aspettava. Serve realismo: un’economia forte ha bisogno di imprese sane, certo, ma le imprese sane non prosperano in una società povera e precaria.
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