Anche in Portogallo il 25 novembre è una data che sul calendario segna la Giornata internazionale per dire no alla violenza contro le donne. La data scelta è tutt’altro che casuale: è legata all’assassinio delle tre sorelle Mirabal, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana. Tre donne attiviste che vennero sequestrate e uccise a bastonate, prima di esser gettate in un dirupo. La loro scomparsa divenne un simbolo di ribellione, istituzionalizzato nel 1999 dalle Nazioni Unite.
In Portogallo i numeri delle violenze contro le donne impongono l’obbligo di fermarsi a riflettere. L’Associazione portoghese per il sostegno alle vittime (APAV) in occasione di questa giornata ha pubblicato le statistiche relative al triennio 2022-2024. Noi di Leggo Algarve le abbiamo lette e credeteci quando diciamo che il quadro che ne emerge è quello di un fenomeno non solo radicato, ma in preoccupante espansione. Non siamo di fronte a casi isolati o a emergenze momentanee, ma ad una tendenza strutturale che richiede una lettura attenta, priva di quel sensazionalismo che spesso accompagna la cronaca nera, per comprendere quanto profonda sia la ferita nel tessuto sociale portoghese.
L’aumento della violenza contro le donne in Portogallo
L’analisi dei dati forniti dall’APAV dicono che, in Portogallo, tra il 2022 e il 2024 sono state assistite 36.489 donne che hanno subito in qualche modo violenza contro il loro genere. Se si guarda alla progressione annuale, si passa dalle 11.410 vittime del 2022 alle 12.681 del 2024. Dati che segnano un aumento complessivo dell’11,1% nei 3 anni analizzati. È un incremento che non può essere derubricato a pura statistica. Il dato forse più allarmante è la reiterazione dell’abuso: ogni donna che si rivolge all’associazione è stata oggetto, in media, di due reati sul generis.
Sbriciolando i dati relativi alle violenze contro le donne registrate in Portogallo nel triennio 2022-2024 si evince che: la violenza domestica si consuma principalmente tra le mura di casa, rappresentando infatti l’81,2% dei casi totali (quasi 57mila denunce). Seguono, a grande distanza, minacce, coercizioni e offese all’integrità fisica. Tuttavia, limitarsi a guardare la tipologia di reato sarebbe riduttivo. Bisogna interrogarsi su chi siano queste donne e quale sia il contesto in cui tali dinamiche maturano, perché la violenza trasversale non guarda in faccia all’età anagrafica: sebbene il 61,3% delle vittime siano donne adulte tra i 18 e i 64 anni, non mancano all’appello oltre cinquemila minori e quasi quattromila donne sopra i 65 anni, fasce di popolazione doppiamente vulnerabili.

I dati territoriali diffusi dall’APAV
La distribuzione territoriale del fenomeno offre ulteriori spunti di riflessione, disegnando una mappa che ricalca fedelmente le aree di maggiore densità abitativa e complessità sociale. La maggior parte delle vittime assistite risiede nella provincia di Lisbona (22,1%), seguita dalla provincia di Faro (17,4%), e poi da Porto e Braga. È interessante notare come l’Algarve, spesso percepito dalla nostra comunità e dai turisti come un’oasi di tranquillità, presenti invece un’incidenza del fenomeno decisamente rilevante, seconda solo alla capitale. Questo ci ricorda che le dinamiche abusive non vanno in vacanza e spesso si annidano proprio dove il tessuto sociale appare più fluido.
Un dato che deve far riflettere attentamente anche la comunità italiana e internazionale residente è quello relativo alla nazionalità delle vittime. Sebbene tre quarti delle donne assistite siano portoghesi, l’APAV ha fornito supporto a ben 5.937 donne di nazionalità straniera. In questo segmento specifico, l’aumento registrato nel triennio è stato del 29,7%, una percentuale quasi tripla rispetto alla media generale. Le vittime provengono prevalentemente dalle Americhe, dall’Africa, dal resto d’Europa e dall’Asia. Questo incremento suggerisce che la condizione di “expats” o migranti può costituire un fattore di ulteriore fragilità, forse dovuto alla mancanza di una rete familiare di supporto o alla difficoltà di navigare nel sistema legale e assistenziale di un paese straniero.
Il sommerso nella violenza contro le donne in Portogallo
Esiste poi un aspetto che i numeri faticano a raccontare appieno, ed è quello del tempo e del silenzio. I dati sugli autori delle violenze confermano dinamiche purtroppo note. Nel 70% dei casi si tratta di uomini e quasi la metà degli aggressori ha, o ha avuto, una relazione intima con la vittima. La violenza, dunque, ha quasi sempre le chiavi di casa. Ciò che colpisce è la latenza della richiesta di aiuto. Il 28,2% delle donne si è rivolto all’associazione solo dopo un periodo di violenza continuativa che va dai due ai sei anni. C’è addirittura un 1,6% che ha atteso oltre quarant’anni.
Questi ritardi sono sintomo di una difficoltà profonda nel riconoscersi come vittime e nel trovare la forza di denunciare. Non a caso, sebbene oltre la metà delle donne assistite abbia formalizzato una denuncia alle autorità, rimane un 34,9% che non lo ha fatto. Questo “sommerso” è il vero nodo gordiano che le istituzioni e la società civile sono chiamate a sciogliere. Non basta l’indignazione di un giorno o la solidarietà espressa sui social network. Serve un lavoro capillare di supporto che renda l’atto della denuncia non un salto nel buio, ma l’inizio di un percorso di sicurezza reale. I numeri dell’APAV ci dicono che il sistema di accoglienza c’è e lavora a pieno ritmo, ma ci dicono anche che la strada per sradicare la violenza culturale e fisica contro le donne in Portogallo è ancora lunga e tutta in salita.
I dati rappresentati nell’articolo in una grafica: qui.
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