Paenitēre é il verbo latino dal quale deriva la parola ‘’pentirsi”, tradotto con termini come dispiacersi, essere scontenti o rammaricati per una scelta presa, rivelatosi poi sbagliata. Se ti è capitato di sentirti pentito riguardo il tuo trasferimento all’estero, in questo articolo rifletteremo insieme sul senso ed il significato del “pentirsi” e su come poter attraversare e gestire questo sentimento, nel modo più funzionale possibile, senza incedere in decisioni affrettate che possono portare a ulteriori sentimenti contrastanti ed ambivalenti.
Pentirsi di essersi trasferiti è un vissuto comune in molte persone espatriate. A volte può manifestarsi in una forma lieve, direi fisiologica, mentre in altri casi può invece prendere molto spazio fino a portare ad un cambio di rotta e a nuove decisioni.
Quando il pentimento è fisiologico
Vivere all’estero è un’esperienza profondamente complessa, fatta di luci ed ombre, e in quanto tale puó prevedere momenti di sconforto, dubbi e pentimenti.
Alcune persone, specialmente nella fase di pianificazione, o nei primi tempi fanno un po’ fatica a guardare i lati “ombra” di questa esperienza. Anzi a volte non li vogliono proprio vedere, per non guastare la visione un po’ idealizzata e romantica del loro progetto di trasferimento.
Non voler guardare anche i lati difficili di questa esperienza, porta poi ad un certo punto, ad un brusco contatto con gli stessi. E credetemi quando vi dico che può poi rivelarsi problematico da affrontare e digerire.
Quali sono questi lati ombra? Eccone alcuni, dei quali abbiamo parlato in precedenti articoli:
- I sentimenti di mancanza verso i propri cari.
- Il senso di non appartenenza.
- Il sentirsi sempre divisi un po’ a metà.
- La fatica nell’integrarsi e nel ricreare una rete sociale.
- Le eventuali difficoltà nelle interazioni a causa della barriera linguistica e così via.
Quando ci si rende conto che la vita da expat non é poi così perfetta come ci si immaginava, ecco che quindi possono manifestarsi sentimenti di pentimento.
Se non riesco ad integrarmi e mi manca la famiglia che ci sto a fare qui? E se sento dei sentimenti contrastanti, forse ho fatto una scelta sbagliata?
In realtà, quando il “pentimento” si manifesta attraverso queste domande, non riguarda tanto la scelta in sé, ma nasce probabilmente dalla mancanza di consapevolezza riguardo agli aspetti fisiologicamente difficili legati all’esperienza del trasferimento all’estero. Come si suol dire: fanno parte del pacchetto, e quindi vanno visti, attraversati, accettati ed elaborati. Insomma bisogna darsi un po’ di tempo prima di frettolosamente fare i bagagli e tornare indietro.
Quando il sentimento di pentimento per il trasferimento all’estero è molto forte
Diverso invece è quando effettivamente il sentimento di pentimento non fa più parte di quegli “alti e bassi” fisiologici all’esperienza di espatrio, ma quando l’idea di aver fatto una scelta sbagliata, diventa un pensiero quasi intrusivo e prende tanto spazio nella nostra mente.
In questo caso, andrebbe fatta una riflessione più profonda, relativa innanzitutto ad aspetti concreti relativi alla propria permanenza nel nuovo paese. Ovvero gli aspetti economici, infrastrutture etc. La qualità di vita che ho adesso soddisfa le mie aspettative?
Vi propongo un’altra riflessione, va fatta relativamente a dei fattori intrapsichici
Rispetto a questo secondo punto, voglio condividere spunti o linee guida che possono aiutare a fare chiarezza, ma che non esauriscono affatto l’esperienza individuale di ciascuno, che andrebbe approfondita in un contesto terapeutico individuale.
- Quali ragioni mi hanno spinto a trasferirmi.
È fondamentale essere onesti con sé stessi nel rispondere a questa domanda: sto inseguendo il mio sogno? avevo un progetto chiaro? O forse sto solo scappando da qualcosa? Sto assecondando i miei bisogni o quelli di qualcun altro? - Quali erano le mie aspettative.
Cosa mi immaginavo di trovare? Quali erano le mie fantasie? Quanto ho ‘idealizzato’? - Quali sono i miei bisogni nel qui ed ora.
Qui ed ora, oggi, se mi focalizzo su di me, se mi fermo, chiudo gli occhi, respiro, mi prendo il tempo di connettermi alla mia pancia, qual è il mio bisogno?
Sembrano domande facili, ma la verità è che non lo sono. Sono domande scomode, che rompono gli equilibri, che ci mettono a nudo, e che tirano fuori tutte le nostre paure, dubbi, confusione, e spesso smascherano tutte quelle bugie che ci raccontiamo che hanno veramente poco a che vedere con i nostri desideri e bisogni profondi. La terapia serve a riconnetterci a quei bisogni.
Ecco perché potersi dare la possibilità di lavorare su queste domande insieme ad un terapeuta, può essere una grande risorsa per far sì che un momento di “crisi” si trasformi in un’opportunità per ritornare a sé stessi, e a quello che a noi fa bene, trovando insieme delle soluzioni percorribili nella mia situazione di vita così come è oggi.
Contatti:
Dottoressa Federica Caso – Psicologa
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